PROFESSIONE STOICISMO


martedì 8 marzo 2011

ONIROMANTICA COSMICA. I sogni, il sapere, lo spazio.

  In questo nucleo che definisce l'oniromantica è implicito un importante passaggio che si riferisce alla capacità del sognatore di cogliere il nucleo significativo onirico in tutta la sua portata esistenziale, ossia far risaltare una differenza fra un'interpretazione casuale e rapsodica delle scene oniriche (possiamo collocare in questo ambito la desueta interpretazione psico-analitica di Freud & co.) e una interpretazione sistematica, oltre che filosoficamente motivata dei medesimi. La linea di spartiacque fra i due metodi di interpretazione è a nostro giudizio, stabilita da Crisippo e da Eraclito in SVF II 1198 per quanto concerne la sistematicità della teoria onirica, che così riporta: " Eraclito, in questo in sintonia con gli Stoici (Crisippo), allinea la nostra ragione con quella divina impegnata nella direzione e nella conduzione delle cose del mondo. A motivo di questa inscindibile connessione, l'anima umana è resa consapevole della legge razionale, cosicché quando è dormiente svela per il tramite  dei sensi il "futuro": ecco perché in sogno ci appaiono immagini di luoghi mai visti o figure di uomini non solo vivi, ma anche morti. Lo stesso Eraclito è un fautore dell' oniromantica, la quale fa previsioni a chi ne è meritevole, sotto la guida delle potenze divine. E anche gli Stoici (Crisippo) si appoggiano a tale dottrina per sostenere una scienza stabile e organica".
  E' evidente, a tal punto, che l'autore di questo blog condivide l'idea che all'origine dell'oniromantica - intesa nel senso appena detto di interpretazione fondata e sistematica e non legata alle associazioni allucinatorie di un soggetto - è strettamente collegata con la storia dello Stoicismo, e che, anzi, l'oniromantica porti con sé tratti filosoficamente qualificanti di tale pensiero anche nel successivo periodo Romano (Seneca, Musonio Rufo, Artemidoro, Epitteto, Marco Aurelio) quando molte se non tutte le grandi conquiste del sapere soprattutto quelle relative alla dimensione ultra soggettiva sono ormai ricondotte a fenomeni irrazionali. Ci sarebbe, insomma, una specie di viscosità dell'oniromantica che trascina con sé contenuti speculativi propri dello Stoicismo e dell'immane architettura razionale cosmica di Crisippo.
  Vale la pena sottolineare che l'oniromantica gravita totalmente nell'ambito della razionalità filosofica, ed anzi costituisce la proiezione della filosofia per ridurre in proprio potere ambiti che di solito non le competono, e per dettare ad essi le sue regole e le sue condizioni. L'idea che al fine di un processo oniromantico, il contenuto onirico e immaginario venga in qualche modo salvaguardato o valorizzato è nella sostanza inesatta, anche se in generale lo Stoicismo avvalora questa interpretazione. Certo, l'oniromantica dà valore ai sogni e anche al teatro immaginario che si svolge sulla scena onirica, ma per trasformarli in qualcosa d'altro. L'ermeneuta rivolge le sue attenzioni a queste visioni, e quindi le valorizza, in quanto le considera come segni/significanti: in genere, però, l'attenzione non è per il significante, ma per il suo significato, per il nucleo significativo, interamente compreso nel sistema filosofico panteistico razionalista immanente della Stoa.
  Comunque si voglia porre la questione, l'oniromantica è una forma di ermeneutica razionalista che sfocia nella interpretazione della natura cosmica universale e dunque di per sé tenderebbe a togliere ogni senso psicologico, psico-analitico alla scena onirica. Non è un caso che l'oniromantica negli Stoici, e a partire dagli Stoici, viene ad essere parte integrante della filosofia, e precisamente della fisica.

mercoledì 23 febbraio 2011

ONIRO-MANTICA COSMICA. I sogni, il destino, la natura universale.


 Stiamo per passare oltre; le frontiere del mondano spazio terrestre sono ormai violate. Siamo pronti per far riemergere la più sconfinata impresa intellettuale in cui si sia avventurata la razionalità dell'homo sapiens nel corso degli ultimi tre millenni di storia. Ci fu un tempo, in cui il sapere correva incontrastato, il pensiero razionale riassumeva in sé ogni parte della realtà, e in quel periodo, il secolo aureo della scienza,  una scuola ellenistica osò varcare la dimensione umana per raggiungere direttamente il cuore della divinità. Il III secolo a.C. non vide solo nascere tutte le scienze che ora possediamo, esso vide sorgere anche quello che possiamo definire come un gigantesco tentativo di mettere in rapporto diretto uomini e Fato inviolabile, Natura e Provvidenza, tempo presente e Necessità in un supremo allineamento cosmico universale. Per tutta l'umanità antica la nascita dell'Oniro-Mantica rappresentò l'alba di un nuovo mattino, un'aurora accecante che gettava le basi per un pensiero veramente mattutino. La luce del sogno cominciò a parlare all'ombra di un portico di Atene in pieno III secolo a.C.  La Stoa, il suo luogo, lo Stoicismo, la scuola filosofica ellenistica già a quel tempo la più importante dell'Occidente, Crisippo la più sistematica e dinamica mente razionale della storia del sapere, ricondussero prima con il metodo allegorico i miti alla fisica, e poi in un movimento che ha del fantascientifico si allinearono attraverso i sogni alle chiare disposizioni della Provvidenza, la divina heimarmene.
  Dalla Provvidenza e dalla necessità di tutti gli accadimenti discendeva inevitabilmente, secondo gli Stoici, la conseguenza che Dio, cioè la ragione universale immanente che governa il cosmo è presciente del futuro; dalla bontà del destino che Dio ha determinato, la conseguenza che egli mette a disposizione anche degli uomini quella conoscenza. Per la Stoa, la Mantica è l'attività mediante la quale l'uomo rivolge al suo utile la provvidenzialità divina. E', come scrive Crisippo, la" facoltà di conoscere, osservare, interpretare e spiegare i segni inviatici dagli dei". Questa facoltà è in potere e in dovere degli uomini, mediante un'accurata osservazione ed analisi degli elementi che intervengono nello spazio onirico, in una tecnica sistematica, razionale e scientifica.
  Una cosa è comunque certa e la ripeteremo all'infinito, i sogni non si interpretano in funzione manipolativa del destino generale già da sempre assegnato, in loro non si trovano significati nascosti o consigli per il futuro dei soggetti, tanto meno messaggi da decifrare o risposte a inquietudini del presente a cui i singoli possono trovare conforto nelle loro faccende mondane. Lo spazio onirico è il luogo in cui il cosmo riunisce in unico moto l'intero spazio-tempo, dove uomini, natura e destino trovano una casa comune: il sacro allineamento cosmico.
  Dobbiamo mettere allora in risalto in maniera molto sintetica -per il momento- i momenti costitutivi dell'Oniro-Mantica in una regola che non possa apparire né astratta né tanto meno generica, ma altresì altamente e rigidamente intellettualistica. Questo richiede un maximum dell'Oniro-Mantica e assurge a una necessaria implicazione su 4 punti: 1) che ci sia una ragione per cui valga la pena di occuparsi di sogni -ossia che i sogni abbiano degli effetti sul soggetto sognante, 2) che il sognatore abbia le capacità e gli strumenti per cogliere questo nucleo significativo, 3) che Crisippo, lo Stoicismo, il secolo aureo, avessero davvero le capacità di cogliere in qualche misura delle verità e di inserirle nel sistema razionale cosmico universale 4) e cosa  fondamentale che avessero- gli stoici-  l'intenzione di rendere partecipe l'intera comunità razionale dei canali comunicativi cosmici che avevano individuato. In tal caso, si tratterebbe di capire per quale motivo lo stoicismo scelga proprio lo spazio onirico-cosmico e mantico per esprimere il suo pensiero e non direttamente quello scientifico-razionalista che appare molto più idoneo allo scopo.

lunedì 7 febbraio 2011

EUROPA PROSSIMA FRONTIERA. Parte seconda. Nuovi incroci per scienza politica e economica


  Il problema é quello della ricerca incrociata. Non facciamoci abbagliare dalle apparenze. Solo una lettura superficiale può portare a credere che una disciplina come la Politologia sia passata dalla fluidità, ai grandi zoccoli immobili, mentre l'Economia procedeva dalle regolazioni costanti al brulicare degli avvenimenti "impazziti", del tutto fuori controllo; non si creda che nell'analisi politica e delle istituzioni, si sia stati sempre più sensibili ai fatti contingenti che premono direttamente sul presente, mentre, nell'analisi economica, si prestava attenzione sempre maggiore alle lente saturazioni dei cicli produttivi e monetari; non si pensi assolutamente che queste due grandi impegni del sapere si siano attraversati senza mai chiarirsi reciprocamente.
  In pratica la stessa complessità si è posta nell'una e nell'altra, ma all'apparenza ha dato luogo a risultati opposti.
  Queste articolazioni tra Politica e Economia si possono riassumere nell'attenzione che si è focalizzata su un ben preciso elemento fondamentale per entrambe: l'analisi del dato, e di riflesso, il processo all'indicatore. Non confondiamoci però: è chiaro e stabilito che da quando esiste una scienza come la Politologia o come l'Economia ci si è serviti di dati e di indicatori, si sono interrogati, ci si è interrogati su di loro; si è chiesto loro non soltanto che cosa volevano dire, ma se erano in linea con le aspettative istituzionali, di governo e di rappresentanza, se erano falsi o veritieri, se esprimevano un progresso o una ricaduta del corpo politico, se rispecchiavano in massimo grado i bisogni di una realtà industriale e il benessere di una società tecnologicamente avanzata. Ma tutte queste articolazioni e tutti questi grandi dubbi naturalmente fondati, puntavano ad un unico obbiettivo: trovare una conferma alle azioni di un'establishment politico,  certificare al livello ultimo la bontà di una strategia governativa, sancire una volta per tutte le prerogative di un sistema economico, suggellare la trasparenza della più imponente e avventata delle avventure dell'umanità. Ora, a seguito di un mutamento che non data da oggi, ma che indubbiamente non si è ancora concluso, la Politologia e l'analisi Economica hanno cambiato posizione nei confronti del dato, sia esso semplice o macro, e dell'indicatore che ne deriva: come compito principale s'impone non quello di leggerlo, non quello di determinare se dice la verità e quale sia il suo valore espressivo, ma quello d' interpretarlo dall'interno e di elaborarlo: lo organizzano, lo sezionano,  lo distribuiscono, lo ordinano, lo suddividono in livelli, stabiliscono un riferimento ad altro di quello che si impone all'apparenza, distinguono ciò che è pertinente da ciò che non lo è, individuano degli elementi, definiscono delle unità, descrivono delle relazioni. Per la scienza della Politica e dell'Economia il dato-indicatore non costituisce quindi più un valore acritico attraverso il quale esse tentano di avvalorare la  propria professione: esse cercano di definire, proprio all'interno dello spessore rivelatore dei dati-indicativi, delle unità, degli insiemi, dei rapporti, dell "altro" sostanziale. Bisogna staccare la Politica e l'Economia dall'immagine in cui per tanto tempo si sono compiaciute e in cui trovavano la propria giustificazione scientifica: quella di una risposta alle aspirazioni progressiste dell'umanità che cercava l'aiuto di dati indicativi a conferma del progresso dell'intero genere umano; esse sono invece l'impiego e la messa in opera di una materialità di indicatori (consenso, produzione, occupazione, benessere, ricchezza, longevità, servizi, mobilità, conoscenza, istruzione, sapere, ambiente, sostenibilità, ecc.) che presentano sempre e dovunque, in ogni società, delle forme sia autentiche che immaginarie di persistenza. Il dato-indicatore non è il felice strumento di una Politica e di una Economia che siano in se stesse e a pieno diritto liberatorie; la Politica e l'Economia sono un certo modo che una società ha di dare statuto ed elaborazione a una massa di dati-indicatori da cui è investita.
  Per dirla in poche parole la Politologia e l'analisi Economica, nella loro forma tradizionale, si dedicavano a "liberare" le attività, le preferenze, i consensi, i miti della società civile e del lavoro, a trasformarli in dati-indicatori dell'avanzamento verso la democratica diffusione del benessere sociale; oggi invece, la Politologia e la nuova Economia sono quelle che trasformano i dati-indicatori in miti, e che laddove si enumeravano delle tracce lasciate dai cittadini, dai lavoratori, dagli elettori e si scopriva in positivo ciò che esprimevano, presentano una massa di elementi che bisogna poi isolare, raggruppare, rendere pertinenti, mettere in relazione, costituire in insiemi, decifrare, interpretare. C'era un tempo in cui l'allegoresi, come disciplina della decifrazione delle narrazioni mitologiche, delle tradizioni popolari, degli oggetti senza contesto e delle cose catturate dalla leggenda, tendeva al discorso Politico-Economico e acquistava significato soltanto mediante la restituzione di un discorso di Economia Politica; si potrebbe dire, giocando un poco con le parole, che attualmente la Politologia e la scienza Economica tendano all'allegoresi, all'interpretazione-decifrazione cosmico-spirituale del mito del dato-indicatore.

venerdì 14 gennaio 2011

EUROPA PROSSIMA FRONTIERA. Parte prima. Nuovi incroci per scienza politica e economica


 Da qualche anno ormai l'attenzione dei politologi si è rivolta di preferenza alle condizioni di possibilità della scienza del governo e degli affari sociali, come se, sotto alle vicende politiche e ai loro episodi, iniziassero a stagliarsi  i consolidamenti secolari, i processi irreversibili, le tradizioni cementate, gli equilibri generazionali ormai stabilizzati e difficili da sospendere, i movimenti di accumulazione e le saturazioni lente, le grandi piattaforme compatte e determinate che l'accozzaglia delle circostanze planetarie hanno sommerso di tutto uno spessore di accadimenti.
  Per svolgere queste indagini i politologi si avvalgono di mezzi in larga misura approntati da loro stessi quali il senso e l'organizzazione degli stati, analisi sulle strutture amministrative, il significato di sovranità popolare come quello di rappresentanza, libertà, pluralismo e democrazia, fino ai rapporti internazionali in un mondo globalizzato. Altre teorie sono in parte ricavate da altri saperi:  modelli della crescita demografica, analisi quantitativa dei rischi ambientali, studi sulle composizioni familiari, individuazione degli adeguamenti tecnologici, della loro diffusione e della loro persistenza.
  Questi mezzi hanno consentito loro di articolare, nel campo della scienza politica, diversi livelli di politiche; ai mutamenti  rettilinei dell'attività di governo verso i fini dello stato, che avevano costituito fino a quel momento l'oggetto della ricerca, si è sostituito  una serie d'indagini sul carattere e la natura fondante delle norme del vivere a livello di civilizzazione moderna. Passando dalla fluida storia ai temi solidi propri dei "contenitori politici", si sono moltiplicati i livelli di analisi; ognuno ha il suo lato definito, ognuno comporta una sua delimitazione specifica, e a mano a mano che si scompone la realtà aumentano i valori consistenti delle società. Dietro alla contrastata vicenda dei governi, delle tensioni sociali e delle contestazioni popolari, si delineano delle politiche a forte grado di resistenza, delle politiche con dimensioni sempre più sporgenti sul proscenio della storia: politiche fiscali, politiche sindacali, politiche ambientali, politiche alimentari,  politiche dell'innovazione tecnologica, politiche familiari, politiche bioetiche, politiche della società dell'informazione, geopolitiche. I vecchi problemi dell'analisi tradizionale (quale legame di causa effetto stabilire tra avvenimenti all'apparenza scollegati? Come trovare una cerniera normativa che unisca eventi di per sé autonomi? Quali sono le costanti che passano attraverso di loro? Si può definire una sequenza completa di avvenimenti in vista di un fine atteso, oppure ci si deve limitare a esporre i rapporti tra fatti di pura contingenza) vengono ormai sostituiti da domande di altro genere: quali contenitori politici occorre distinguere gli uni dagli altri? Quali tipi di insieme occorre instaurare? Quali criteri di persistenza occorre adottare per ciascuno di essi? A quali bisogni avanzati dalla società reale, corrisponde un preciso insieme di accadimenti? Quale sistema di relazione (geografico, storico, linguistico, scientifico, ecologico) si può descrivere tra loro? Quali chiavi d'ingresso utilizzare per comprendere i fatti politici?
Press'a poco nello stesso periodo, nella scienza economica, nell'economia politica, e nelle analisi finanziarie, che nonostante il loro nome, sfuggono per gran parte al lavoro dello studioso di politica e ai suoi metodi, l'attenzione si è spostata invece dai temi "duri" che si descrivevano come categorie del capitalismo o teorie del valore, verso i fenomeni di crisi ricorrenti. Dietro ai secolari rapporti di produzione, dietro al monolitico dibattito sulla funzione monetaria e il libero scambio, dietro alle pesanti tematiche di prezzo, inflazione, crescita, recessione, interesse e profitto, adesso si cerca di mettere il rilievo l'incidenza dei fenomeni di congiuntura che portano inevitabilmente a uno stato permanente di eccessi e da cui occorre da una lato imparare a convivervi dall'altro reinventare tutta una serie di logiche economico esistenziali. Da Jacques Attali a Nouriel Roubini, da Jean-Paul Fitoussi a Joseph Stigliz, da Serge Latouche alla slow economy di Federico Rampini sono di altra natura le questioni che devono essere affrontate. Per essi non si tratta più di sapere per quali strade abbiano potuto determinarsi le grandi e irriducibili leggi dell'economia di mercato, in che modo sia possibile ricostituire modelli di continua espansione di produzione industriale e di servizi, in che modo trovare i correttivi per disegni che hanno da tempo solcato il terreno dello sviluppo e del progresso dell'Occidente. Si vede aprirsi così tutto un ventaglio di problemi - alcuni di questi sono già familiari - attraverso i quali questa nuova forma di economia tenta di elaborare la propria teoria: come specificare i diversi concetti che permettono di pensare a un'economia fluida dove niente ha più il carattere della solidità o della sicurezza, quella che il sociologo Zygmunt Bauman con una bellissima espressione chiama "società liquida"?
  Sembra insomma che l'economia e la finanza si sciolgano divenendo sempre più virtuali e impercettibili, mentre la scienza politica propriamente detta, la scienza del governo, sembra cancellare, a vantaggio delle strutture immobili prive di labilità, l'irruzione dell'ondata di crisi che portano gli avvenimenti.

lunedì 10 gennaio 2011

RECENSIONE: Peter Sloterdijk. DEVI CAMBIARE LA TUA VITA. Raffaello Cortina Editore, 556 pagine, 36 euro.


  Uno degli aspetti rivoluzionari dell'Illuminismo è senz'altro l'aver tenuto a battesimo la nuova "scienza borghese", quell'antropologia che di fatto ha iniziato a piccoli o grandi passi a gettare luce sull'essere uomo. E oggi a distanza di due secoli, dopo varie incomprensioni, deragliamenti, confusioni, e diciamolo pure grandi successi, sembra abbia unanimemente ritrovato, nell'esperienza contemporanea, prima di avere il diritto di accedere ad occupare il primo posto nelle preoccupazioni moderne, una verità scientifica che avrebbe a lungo pazientato nell'ombra sotto mascheramenti diversi, e che soltanto ora il nostro impegno e i nostri sforzi positivi ci permettono di decifrarla. Eppure per Peter Sloterdijk, lo stupefacente filosofo tedesco che sta bruciando ogni record di vendita nei comparti della storia del sapere, mai l'antropologia ora da lui aggiornata in "antropotecnica", ha avuto un senso così immediatamente naturale e mai, probabilmente, ha conosciuto una così grande 'felicità d'espressione' come nel tempo della civiltà europea da Eraclito a Nietzsche, nel mondo della metafisica e della teoretica avulsa dalla vita. Tutta una logica, una fisica, un'ontologia, un'etica, una teologia lo provano; le quali non sarebbero state in grado in alcun modo di separare le pressioni continue dell'esercizio, dell'ascesi, dell'atletismo, della ripetizione, dell'allenamento e della verticalità che si tende verso la polarità secessionista dell'esistenza; tutte queste ginnastiche, esse le provavano come intima ragione dell'impegno profuso per l'emancipazione dell'essere uomo e della convinzione del suo ruolo principale nel teatro della vita. Ciò che caratterizza l'antropologia moderna è la sua vocazione tecnico-ripetitiva, il suo accedere alla soglia "antropotecnica". La sua peculiarità non è il fatto di aver trovato da Kant a Wittengstein, il linguaggio della sua ragione o della sua natura, ma di esser stata, anche attraverso il progetto dei suoi obbiettivi, "denaturalizzata" - ricompresa in uno spazio mediano ricco di forme e dall'assetto variabile-stabile, che può essere designato provvisoriamente, ma in maniera abbastanza chiara, con espressioni convenzionali quali educazione, costume, consuetudine, habitus, allenamento (tranining) ed esercizio-, e dove  non ha né più aldilà né prolungamento se non nella ripetizione che la rende immune dai virus che indeboliscono l'essere-gettato-nel-mondo, per usare un termine heideggeriano ormai consolidato nell'analisi esistenziale dell'uomo moderno. Sloterdijk  non ha emendato l'antropologia, ma più esattamente l'ha portata a livello di sforzo continuo sulla verticale dell'evoluzione, l'ha portata sull'acrobatica progressiva della coscienza dell'essere nel mondo: il vertice sempre superabile (lo uber nicciano), poiché essa detta, per la nostra coscienza, la sola lettura possibile della nostra incoscienza; acrobazia della ripetizione, poiché essa appare come il solo contenuto assolutamente universale dell'emancipazione; acrobazia della nostra vita; essa designa la linea di evidenza di ciò che l'emancipazione può appena raggiungere nell'orizzonte della modernità tecnologica e della sua capitalistica vocazione accumulativa.
  E' dunque per mezzo di essa che noi evolviamo col mondo disordinato e tristemente compromesso della natura; essa è piuttosto scissione; non già intorno a noi per isolarci e designarci, ma per tracciare in noi stessi la soglia evolutiva-ascendente e per designare noi stessi come uomini che sur-creano il proprio essere.
  Forse si può anche dire che essa ricostituisce, in un mondo dove non ci sono più oggetti né esseri né spazi da "esplicitare", la sola partizione che sia ancora possibile. Non perché essa offra nuovi contenuti a gesti millenari, ma perché autorizza la parola "esplicitamente" a rendersi carico della storia dello spirito illuministico, a suggellare la logica della lettura storica per esplicitare condizioni presenti nell'insieme delle tradizioni, riferite solo alle forme "abbozzate", vale a dire confuse e malamente comprese. Sloterdijk con ciò si autorizza a rendere esplicito l'implicito, a prendersi carico del destino cognitivo della modernità. Ora una chiarificazione in  un mondo che si ritiene già ampiamente secolarizzato, non è più o meno ciò che potremmo chiamare illuminazione radicale ovvero acrobatica immanente evolutiva? Questa nello spazio che la nostra cultura concede ai nostri gesti e al nostro vivere, prescrive non tanto la sola maniera di cogliere la tensione esistenziale  nel suo contenuto immediato, quanto la maniera di ricostituirlo nella sua forma piena, nella sua presenza, resa in questo modo lampante.
  Forse l'importanza della nuova antropologia tramutata in antropotecnica vitalizzata dagli esercizi ripetitivi formanti del soggetto, il fatto che dopo Nietzche essa è stata legata così spesso alle decisioni più importanti della nostra vita, deriva appunto da questo legame che la unisce alla morte di Dio. Morte che non deve essere intesa come la fine del suo regno antropologico, né come il protocollo finalmente redatto della sua inesistenza, ma come l'esercizio costante del nostro allenamento all'esistenza quotidiana. La morte di Dio, togliendo alla nostra esistenza il vertice ascensionale, il polo attrattivo della moralità, la riconduce a un'esperienza dove niente può annunciare l'iper dimensione ultraterrena, a un'esperienza per conseguenza terrena e acrobatica. Ma una tale esperienza, nella quale esplode la morte di Dio, scopre, come forza che travalica lo stesso concetto di cura e farmaco, la sua propria caratteristica immunologica, il regno incontaminato della contaminazione, l'armatura immune da cui prende slancio per affrontare i pericoli scoscesi delle scalate esistenziali. Incipit homo immunologicus.

lunedì 3 gennaio 2011

I Saturnali, antica festa pagana o base critica della società europea?


  Per più di mille anni fino alla caduta dell'impero Romano, nei giorni a cavallo del solstizio d'inverno si evocava il ritorno del dio Saturno. Nelle vie di Roma e della penisola italiana, come nei villaggi del nord Europa un generale fermento, fatto di attesa spasmodica, di lucida follia, di ribaltamenti sociali, di rinnovamento spirituale, di libero scambio in assenza di regole convenzionali, copriva con il suo significato e con la sua storia millenaria l'intero senso dell'esistenza. Nel breve spazio di una settimana all'anno, l'Età Antica da Omero a Macrobio, ha consolidato un'esperienza del sociale e delle credenze mitico-religiose; questo microtempo che scatena le forze dello stato di natura  presentandole sulla scena della festa, appartiene alle grandi serie mobili e vibranti che il groviglio delle vicende storiche successive non è mai riuscito a domare. I Saturnali rappresentano la festa per eccellenza, la rinascita a nuova vita, la fine del ciclo e l'inizio del nuovo, il passaggio a Nord-Ovest. Le giornate in cui si ristabiliva quel periodo a metà tra un Eden immemoriale e un'ingannevole utopia, erano deputate a ristabilire anche solo per poco, la leggendaria età dell'oro; posta all'interno di una specie di cittadella del tempo protetta dal dio Saturno; a partire da qui, l'intera Antichità ha impresso in modo indelebile alla storia dell'Occidente, un suo preciso profilo progressista.
  Possiamo dire che dalle feste Cronie dei greci ai Saturnalia dei romani passando per le veglie delle notti artiche nel Nord Europeo, l'intero Occidente abbia modellato, sotto la specie della festa, tutta un'inquietudine socio-politica sviluppatasi in modo pressoché equivalente da nord a sud dell'Europa.  Le feste in onore di Saturno, Cronos, e di tutte le proiezioni mitico-religiose del tempo cosmico, sono i momenti più importanti per il mondo pagano, grazie alla loro intrinseca ambiguità: minaccia e derisione, critica e rinnovamento, costumi licenziosi e reintegrazione spirituale. Durante i Saturnali si poteva gozzovigliare tutta la giornata: il vino scorreva a fiumi, il gioco d'azzardo era non solo permesso ma incentivato, il tutto in un ambiente cittadino dominato da un chiasso assordante in una babele di attività ludiche. Forse ancor più che nella strada, il luogo deputato al vero proposito rivoluzionario era proprio l'ambito familiare, quello che più di ogni altro incarnava la tradizione e la consuetudine dei costumi e dei rapporti di potere nella società antica. Da un lato era un'occasione per lo scambio di regali tra amici e familiari, gesto questo che passerà senza soluzione di continuità nel Natale fino a caratterizzarlo completamente, dall'altro i Saturnali erano nelle case, l'occasione di sospendere le distinzioni sociali tra padroni e schiavi. Gli schiavi potevano mangiare con i padroni in memoria dell'età dell'oro di Saturno, quando non c'era stratificazione sociale e non esisteva la proprietà privata. Di più: il rango sociale poteva venir rovesciato, i padroni servire gli schiavi e, in questo microcosmo familiare "a testa in giù", gli schiavi potevano fungere da magistrati, da giudici, da generali, da senatori.
  I Saturnali connotano quindi il rilassamento delle norme sociali e perfino il loro temporaneo rovesciamento. Si intuisce immediatamente la profusione di significato che si accentra su Saturno e la sua festa, destinandola senza dubbio a rimanere nei secoli. Da una parte è chiara l'attrattiva che poteva esercitare sui potenti della società come forma di controllo sociale, potevano infatti offrire una valvola di sfogo, un periodo in cui era possibile l'impensabile, gioire anche solo per lo spazio di pochi giorni ciò che era per sempre, un vano e pericoloso desiderio di affrancamento da una situazione di assoggettamento. Ma a tutto questo, Saturno dio del tempo e dei cicli cosmici aggiunge l'insieme delle sue proprietà peculiari: egli è infatti colui che possiede le chiavi del grande gioco cosmico, risolve un tempo e ne inaugura un successivo, ma fa ancor più: il tempo della sua festa, purifica e porta via; e inoltre questo congedo dal tempo ordinario iscrive il festante alla certezza della libertà; lì ognuno è affidato alla sua indipendenza, ogni Saturnale è occasione di futura emancipazione. E' nel tempo originario che si trasferisce il festante; è in un mattino di festa che ambisce a trattenersi. Questa incursione del festante in una dimensione fuori tempo mostra l'unione originaria e l'assoluto arbitrio.
  La festa del tempo consacrata a Saturno ha davvero questo significato. Libero nel tempo mitico dell'età dell'oro, il festante si affida ai poteri della sorgente storica, a questa aurora, premessa e causa di tutto. Egli è prossimo alla verità in mezzo alla più distante, alla più remota delle epoche: si ritrova nel tempo perduto.  E' il politico per eccellenza, si ricostituisce nel capovolgimento sociale. E non si sa quale rivoluzione  porterà nella società, come, quando e dove la compirà. Egli non ha né passato né futuro se non in questo tempo mattutino, in questo fuori tempo, che già annuncia il colossale compito della contemporaneità: uscire dalla durata, per riconquistare il tempo sequestrato. After hour, Time over.