PROFESSIONE-STOICISMO è un'assioma, un'esercizio della storia europea. Attraverso la ragione cosmica e la sua esistenza nel corpo del desiderio, stabiliremo un'allineamento temporale, passato presente e futuro saranno la nostra scommessa. Convergere per migliorare, esercitarsi per vivere una vita felice.
PROFESSIONE STOICISMO
martedì 28 dicembre 2010
RECENSIONE: Paul Veyne. QUANDO L'EUROPA E' DIVENTATA CRISTIANA (312-394). Costantino, la conversione, l'Impero. Edizioni Garzanti, 204 pagine, 12,50 euro.
Paul Veyne ci ha sempre abituato a grandi ricostruzioni della storia romana, non ci ha mai fatto mancare profondi spunti di riflessione sul come affrontare la materia storica. Questa volta l'argomento è caldo per non dire scottante, sia da un punto di vista puramente storico che di urgente attualità, e le nostre attese di riconferma di una grande analisi non sono state assolutamente disattese. Veyne si misura con un evento capitale dell'Europa e dell'intero Occidente: il passaggio dallo stato particolare a quello universale della religione Cristiana nel IV secolo, e gli effetti che la modernità europea ne può tuttora percepire nei propri tratti caratteristici. E' di Europa, di Occidente che si parla, è delle sue radici e della sua futura espansione ecumenica, a cui è difficile dare una spiegazione attraverso i soli fatti trattati dagli storici, e la cosa da come si dispiegherà risulta assolutamente composita.
Due sono gli attori principali di questo avvenimento. Il primo è Costantino, un uomo, un imperatore romano tra i più virtuosi che abbia avuto Roma, un eroe, un politico con le idee giuste al momento giusto, un rivoluzionario, un servitore fedele e convinto dell'unico dio della religione cristiana. Il secondo è la Provvidenza, la grazia divina, misericordiosa, attenta, onnipotente, giusta e salvifica che appare in sogno a Costantino la notte prima della battaglia decisiva per il suo futuro, in cui il dio dei cristiani gli assicurò la vittoria a patto che esibisse pubblicamente la sua nuova religione. Nella sua forma pagana la Provvidenza, la heimarmene era un elemento portante dello stoicismo, ed era passata in tutto il suo rigore logico anche nel cuore politico dell'impero Romano, basta solo ricordare gli scritti di Marco Aurelio e i suoi continui riferimenti alla Provvidenza. Altro tema classico dell'antichità greco-romana era l'onirocritica - l'interpretazione dei sogni -, un tipo di letteratura che nell'Antichità fu copiosa. E' probabile quindi che anche il giovane e sensibile imperatore Costantino ne abbia provato fin da subito il fascino, e possiamo quindi constatare che la Provvidenza e i suoi segni divinatori, nel suo concetto più ampio che va dal filosofico al religioso percorre tutta la vita di Costantino. A fianco e dietro tutte le sue azioni, sembra che la Provvidenza formi come una prodigiosa riserva di tolleranza ragionata, di utopie, di sogni, di visioni, di desideri, di aspirazioni. La cristianizzazione operata da Costantino dell'Europa si legge volentieri come il protocollo di una fantasticheria liberata. Per Veyne, Costantino sarebbe per la chiesa quello che Lenin ha potuto essere per il socialismo. Noi uomini ormai secolarizzati, possiamo meravigliarci che tanto fervore religioso, tanto slancio utopico, lasci una così grande impressione di progettualità politica. Più precisamente, che Costantino abbia egli stesso ideato, con la vivacità di un'immaginazione onirica entusiastica, ciò che apparteneva in modo così evidente alla ferma volontà del calcolo politico.
A meno che forse Costantino non abbia fatto in quel momento l'esperienza di un'ispirazione particolarmente moderna e ancora poco conosciuta fino a lui. In realtà il IV secolo ha scoperto uno spazio di immaginazione di cui le età precedenti probabilmente non avevano sospettato la potenza. Questo nuovo luogo spirituale non è più la veglia, l'attenzione continua verso sé stessi dello stoicismo e delle altre scuole filosofiche, il leggendario pragmatismo romano, la prassi politica scevra dalle dirette implicazioni della religione, l'attenzione sempre vigile: è al contrario la notte visionaria, il sonno illuminato, lo spazio indefinito spalancato davanti alla moralità universale. Il teorico generale ormai nasce dalle interpretazioni oniriche, dal sogno profetico chiaro e sibillino che si schiude su immagini di imprese da realizzare; si dispiega con cura negli auspici dei libri sacri, dai simboli carismatici che inaugurano il nuovo corso della storia, dalle insegne della nuova religione salvifica, con tutti i suoi riti, le sue cerimonie, con le sue assemblee estatiche che la limitano da tutte le parti -infatti all'opposto il paganesimo era una vera e propria casa aperta a chiunque senza richieste alcune- ma che da un'altro verso si spalancano su mondi paradisiaci. L'agire positivo nella storia si inserisce tra il segno premonitore e il giaciglio. Non si ha più il miracoloso nel proprio cuore; non lo si attende più dai capricci del fato; lo si attinge dall'esattezza della profezia totale; la sua ricchezza attende tra le promesse della storia della salvezza dell'intera umanità. Per sognare non bisogna abbandonarsi tra le braccia di Morfeo, bisogna avere fede nella propria ambizione e nel proprio ruolo principale nella redenzione di tutti gli uomini. Il vero concetto sta nella conversione confermata dalla divinazione totalizzante. Sono le parole dei profeti dell'Antico Testamento, i vangeli del Nuovo Testamento, la figura carismatica di Gesù Cristo, l'organizzazione capillare e severa della chiesa, i richiami collettivi domenicali, il rapporto diretto personale con il divino che portano nell'esperienza del IV secolo i poteri dello spirito generale. L'ispirazione visionaria non si costituisce contro il reale per negarlo o compensarlo; si stende tra i segni divinatori, dai libri sacri al sogno, nello spazio che congiunge il libro alla profezia; nasce e si forma nel tratto che unisce la storia al suo compimento. E' un capolavoro del tempo storico.
L'Europa assume una nuova fisionomia dalla conversione di Costantino nel momento in cui innesta il cristianesimo nell'impero conferendogli un significato nuovo nella storia universale, è l'ambiente di una religione dell'amore universale e personale insieme, è poi sopra ogni altra cosa, anche più della stessa salvezza e immortalità dell'anima, la trama cristiana dell'epopea storico-metafisica della Creazione e della Redenzione. Le imprese di ampio respiro si realizzano ormai con l'appoggio di visioni universaliste, sempre in accordo con lo spirito di rinnovamento di una società che ha fatto della storia della sua salvezza il proprio racconto, attraverso la glorificazione di un dio armonizzato con la sorte dell'umanità, nello spazio di una predestinazione che apre le porte alle grandi speculazioni teologiche medievali. La storia mondiale s'infila tra il cristianesimo e la sua chiesa.
giovedì 23 dicembre 2010
LE INTERVISTE COSMICHE DI PROFESSIONE-STOICISMO. CRISIPPO E IL DESTINO DELL'UOMO MODERNO
il francigenista: Professore, innanzitutto ti volevo ringraziare per avermi concesso questo breve scambio di battute.
Crisippo: Ma figurati, come potrei sottrarmi a una discussione con chi fa professione di stoicismo?
il francigenista: Beh!, devo ammetterlo, sul fatto di professare stoicismo ci contavo molto, e da quel che mi rispondi ne sono stato ampiamente ripagato. Per i nostri lettori vuoi spendere qualche parola per presentarti a chi ancora non ti conoscesse?
Crisippo: Spero vivamente di non avere bisogno di presentazioni, ma in tal caso, penso tu possa farlo in maniera più sintetica, io probabilmente mi dilungherei troppo. In fondo non siamo ad Atene a tener lezione di logica, fisica, etica negli ambienti della Stoa.
il francigenista: Bene, signori, il Professor Crisippo, è semplicemente il secondo fondatore della Stoa, cioè della filosofia meglio conosciuta sotto il nome di 'stoicismo', una delle tre grandi scuole post aristoteliche sorte ad Atene all'inizio del periodo cosiddetto 'ellenistico', anche se a dire il vero sarebbe meglio considerarlo il vero, unico e grande fondatore della scuola e del pensiero stoico, sia Zenone di Cizio che Cleante di Asso - i suoi due predecessori - non possono neanche avvicinarsi alla statura filosofico scientifica di colui che ha gettato le basi di un sistema razionale universale ancor oggi insuperato.
Crisippo: Non hai detto che sono stato lo scrittore più prolifico della storia occidentale, di quella orientale non ne so granchè, comunque ritengo improbabile che qualcuno possa aver redatto più dei miei 705 libri.
il francigenista: Non l'ho detto perché non volevo farti arrabbiare, non so se lo sai, ma nel corso dei secoli successivi il tuo patrimonio di scritti è andato completamente perduto, non ci sono rimasti che pochi frammenti, sia di te che dei tuoi colleghi del periodo ellenistico -che va dal 313 A.c al 56 A.c. ndr.
Crisippo: Lo so, lo so, ad ogni modo non chiedermi cose diverse da quello che è comunque rimasto, il destino, la provvidenza, quello che noi Elleni chiamiamo 'heimarmene' ha voluto così, e come ben sai la natura cosmica universale agisce sempre per il meglio, riguardo al dettaglio dei miei e altri scritti perduti che dire: la loro storia è l'unica forma di critica che sopportano.
il francigenista: Vedo che non perdi tempo, hai subito toccato un punto che volevo trattare per sommi capi. In riferimento alla provvidenza, noi, umanità post-moderna tecnologica digitale, siamo di fronte a questioni che ci appaiono irrisolvibili, tanto sembrano fuori portata dalle soluzioni che potremmo mettere sul tavolo; ti cito solo le più stringenti, la questione ambientale, la questione demografica, la questione economica, la questione dei diritti umani. Adesso come allora, te la sentiresti ancora di tirare in ballo la Provvidenza, la divina 'heimarmene', e dirci che comunque vada, la ragione cosmica universale farà il meglio per la comunità degli esseri razionali?
Crisippo: Guarda vedrò di essere franco. E questo vale per ogni tipo di problematica. Quando emerge un enigma nasce anche la sua soluzione. Se l'uomo saprà difendere la propria libertà morale, il proprio capitale che è la sua ragione, scintilla della ragione universale, allora anche gli enigmi all'apparenza inestricabili si scioglieranno.
il francigenista: Forse ho capito, ma tu non sai che in tutto questo tempo anche la ragione è stata sottoposta ad una serie di critiche, che l'hanno fatta vacillare più di una volta. Ora viviamo nel periodo detto anche della 'complessità', abbiamo correnti di pensiero che si basano sulla fede, altri sull'istinto, altri ancora su ragioni parziali come la ragione economica o la ragion di stato. Il tuo sano e rigido intellettualismo non sarebbe così popolare in quest'epoca travagliata.
Crisippo: Il mio sano e rigido intellettualismo come lo chiami tu, è quello che ha dimostrato la scientificità della parola cosmopolitismo, il kòsmos è l'ordine razionale degli abitanti dell'unica vera polis, il pianeta Terra. Vedi potremmo dire che alla fine è questione di capire ciò che è primo. Per noi stoici, la ragione, sia essa individuale, collettiva, sociale, planetaria, globale, cosmica è ciò che viene prima, è ciò che va innanzitutto difeso e protetto prima di ogni altra cosa, sottolineo difeso.
il francigenista: Sai bene quanto condivida in pieno questa azione, perché, e questo lo ricordo io, lo stoicismo è soprattutto una filosofia dell'azione per il bene della comunità mondiale degli esseri razionali. Ma come possiamo rafforzare le nostre difese, in un momento come questo dove tra bombardamento d'informazioni, di messaggi subliminali, spot, sollecitazioni continue ai consumi di beni voluttuari, alla fine, della nostra ragione di uomini del terzo millennio, rimane ben poco.
Crisippo: Per formare un'anima, per farla passare alla soglia della ragione, per instradarla nel cammino verso la saggezza, insomma per diventare filosofi occorre una vita intera dedita a coltivare la propria volontà -morale-, non penso voi abbiate così tanto tempo, il vostro è un essere senza tempo, tutto è in continua accelerazione, il tempo ve lo siete ormai bruciato. Ma se il lento e florido formare delle cose, ormai più non vi appartiene, avete tutta la storia della civiltà, avete 2500 anni di cultura Occidentale, quello è il vostro tempo, quella è la vostra risorsa a cui attingere le risposte ai vostri dilemmi.
il francigenista: Grazie Professore, per il momento ci possiamo accontentare, vedremo di fare ciò che ci hai consigliato. Permettimi solo un'ultima battuta, ma con gli Epicurei com'era la storia. Avevate rapporti di buon vicinato o ....
Crisippo: Beh! sai alla fine anche ad Atene era sempre un derby stracittadino.
il francigenista: Allora alla prossima Professore, e visto il giorno, Buon Natale!
Crisippo: Buon che?
il francigenista: Niente, magari ne riparliamo la prossima volta. A presto.
Crisippo: Saluti a tutti.
martedì 21 dicembre 2010
RECENSIONE: I viaggi dei filosofi, A cura di Maria Bettetini e Stefano Poggi, Autori vari, Raffaello Cortina Editore, 239 pagine, 19 euro.
Un nuovo concetto fa la sua apparizione nel contesto editoriale filosofico; sarà foriero di imminenti elaborazioni, un inedito giacimento culturale è stato appena localizzato: è il 'viaggio dei filosofi', sorprendente movimento che fila lungo le tratte d'Europa, dall'Attica alla Magna Grecia, dall'Italia alla Francia e proseguimento in Inghilterra, puntate in estremo Oriente, soste in Germania con deviazioni in Russia, per completare e ritornare da dove si era partiti in Italia. Il viaggio spirituale-filosofico è evidentemente un'invenzione della modernità, preso in prestito dalla ' vita on the road', che ha recentemente preso vita e gioventù tra i grandi temi generazionali, figli dei pellegrinaggi medievali, al quale si è appena dato un aspetto istituzionale-culturale nel Consiglio d'Europa con la definizione dei "grandi itinerari culturali d'Europa". E' di moda raccontare questi percorsi affrontati dai nomi che hanno fatto la storia della civiltà europea, che s'immergono per un grande viaggio allegorico che fornisce loro, se non la fortuna, almeno la fisionomia del loro destino o della loro verità. E' così che Solone nel 580 A.c., il padre dei costituzionalisti prende rotta per l'antica terra dei faraoni, poi Platone che si introduce più volte nella linea che congiunge la Magna Grecia alla madre patria, mentre quando il mondo classico greco-romano sta soccombendo sotto l'ascesa del nascente cristianesimo ecumenico, troviamo S. Agostino che ripercorre a ritroso il viaggio di Solone fatto 700 anni prima; abbiamo anche il mondo arabo delle 'mille e una notte' con i viaggi di Avicenna e al-Ghazali, accanto ritroviamo il peregrinare di un S.Tommaso attraverso la Via Francigena da Roma a Parigi a Canterbury per ravvivare lo spirito del sapere Occidentale in fase di rinascita; poi Matteo Ricci italiano in Cina, l'instancabile Leibniz in Russia, i fratelli Verri a Londra e Parigi, Rousseau dappertutto, Nietzsche che si sposta, sì, ma sul posto.
E tutti questi viaggiatori hanno avuto un'esistenza reale, perchè veramente questi movimenti hanno trasportato idee, conoscenze, saperi da una città all'altra, da un continente all'altro. I filosofi allora avevano spesso un'esistenza vagabonda. Le città difficilmente li capivano: da qui il proverbio " Nemo propheta in patria", nessuno è profeta in patria, e allora diventa obbligatorio il comunicare oltre le mura, estensione geografica del pensiero, geofilosofia.
Non è facile recuperare il significato preciso di questo 'movimento'. Il fatto è che questa circolazione dei filosofi, l'idea che li spinge, la loro partenza e il loro viaggio non possono venire spiegati solo con gli impegni 'istituzionali' o con le incombenze personali. Altri significati più vicini alla ricerca della verità sono certamente presenti; ed è ancora possibile decifrarne alcune tracce. E' per questo che i filosofi hanno sempre avuto un'accoglienza indecisa. Solone è stato trattato come un bambino dagli Egizi, Platone completamente incompreso, S.Tommaso sempre rimandato, Rousseau in perenne fuga, Leibniz illuso, Nietzsche proiettato in una dimensione del futuro o del passato e mai del presente.
Si comprende meglio allora la curiosa ricchezza di significato che si accumula sui "viaggi dei filosofi" e che indubbiamente le conferisce il suo prestigio. Da un lato non bisogna contestare la sua efficacia culturale: 'il viaggio dei filosofi', significa assicurare che il pensiero filosofico andrà lontano, renderlo autonomo rispetto al suo stesso 'movimento'. Ma a tutto questo la strada aggiunge il peso della fatica e del suo eroismo; sulla strada ognuno è affidato al suo destino, ogni percorso viario, da sempre, in special modo nel passato, è irto di spine. Deriva da una problematica la partenza del filosofo; spera di trovare una soluzione quando arriva a destinazione. Questi "viaggi dei filosofi" sono nello stesso tempo la ricerca determinata e l'assoluto dinamismo. In un certo senso, il viaggio filosofico, non fa che sviluppare, lungo tutta la geografia Occidentale, la situazione cosmopolita del filosofo; situazione insieme simbolizzata e realizzata dall'esteso riconoscimento delle sue idee; la sua popolarità lo obbliga al movimento. Egli non può e non deve avere altro riconoscimento che sulle strade che lo portano da una città all'altra, da uno stato all'altro, condannato all'eterna mobilità al seguito delle idee filosofiche, per loro natura immutabilmente mobili.
domenica 19 dicembre 2010
Da Elleni a Europei. La formazione dell'Europa attraverso la Via Francigena.
Cosa lega in un lungo filo rosso antichi e moderni, civiltà greco-romana e la formazione dell'identità europea nel Medioevo, mondo classico e società tecnologica-digitale? Molte sono le strade che sono state percorse dagli studiosi della cultura e delle società, sulla genesi e lo sviluppo dell'idea di Europa che oggi tutti conosciamo. In questo fascio di strade in cui si muovono gli studi sul significato del termine Europa, si inserisce a pieno titolo la Via Francigena e il periodo storico che la fa affiorare nella sua individualità, quel Medio Evo che ha già nel suo nome il carattere sia di mediazione, come di comunicazione di quei saperi, tecniche, idee, arti e spiritualità che veicolava, grazie soprattutto al sistema viario ereditato in gran parte dall'Impero romano. Dall'Italia fino al mondo anglosassone passando per Svizzera e Francia una diagonale mette in comunicazione continua per oltre 1500 anni il nord e il sud dell'Europa.
Vi è uno stretto legame fra mondo greco-romano e Medioevo, Via Francigena ed europeizzazione, cosmopolitismo e spiritualità. Europeizzazione può sembrare un termine "vago"; infatti può essere applicato a un campo immenso e indefinito, che va dalla politica all'arte, dalla poesia alla scienza e alla filosofia o alla religione e alla magia. In ogni caso invita appassionanti escursioni nel vasto mondo di opere meravigliose e affascinanti che sono state prodotte nel periodo storico che è la radice dell'Europa contemporanea. Una delle radici più profonde è rappresentata proprio dalla Via Francigena, e nostra intenzione è di andare all'essenziale, di riconoscere ciò che è tipico, significativo, di cercare di cogliere il senso originario che ci proietta diritti nella modernità o per usare un termine che è già un classico, nella post-modernità. E precisamente l'Europa, nel senso in cui s'intendeva allora questo termine, è uno dei fenomeni tipici e significativi del mondo medievale. Proprio su di esso si soffermerà soprattutto la nostra attenzione. Tuttavia abbiamo preferito parlare di mondo greco-romano e mondo medievale, per riservarci il diritto di seguire la formazione Europea nelle sue manifestazioni più varie, e soprattutto per eliminare i preconcetti che la parola "Europa" può evocare nella mente dell'uomo moderno.
Impero romano e Sacro romano impero: ecco due istituzioni che a loro volta schiudono un periodo immenso. La nostra storia comincia con quell'avvenimento altamente simbolico che rappresenta l'audace campagna di Gallia di Giulio Cesare, e con la conquista di quel mondo che è chiamato Occidente, ossia con la comparsa dell'ideale di monarchia universale e soprattutto con la comparsa dell'ideale cosmopolita che a tale universalità è connessa, e che di fatto la civiltà romana assume, a partire dal momento in cui, grazie alle conquiste di Cesare, poi all'espansione imperiale che segue, costituisce la spina dorsale della genesi dell'Europa moderna. Si stabilisce così un'assimilazione, un abbraccio storico fra le popolazioni germaniche e il mondo latino che li ha conquistati. Con Giulio Cesare conquistatore dell'Europa occidentale abbiamo anche la prima rotta via terra in grado di collegare l'antica Britannia alla capitale del futuro Impero romano, una Via Francigena forse più nella mente che nelle strade, ma che già abbozza quella che per oltre un millennio diventerà la più importante rete di comunicazione dell'Europa continentale. In seguito saranno come ricordato lo slancio espansionistico di Roma, l'ascesa e il trionfo del cristianesimo, le invasioni barbariche e la fine dell'impero d'Occidente, l'alto Medioevo, il Sacro romano impero, il Basso medioevo e la rinascita del XII secolo fino alla formazione degli stati moderni.
Abbiamo così percorso 1500 anni. Ma dal punto di vista dell'identità europea, questo lungo periodo deve essere trattato come un tutto. Infatti è impossibile conoscere lo spirito europeo dei Romani senza ricorrere ai documenti posteriori, quelli della tarda antichità e dell'epoca medioevale che ce lo rivelano; ed è parimenti impossibile conoscere lo spirito europeo del Medioevo senza tener conto del suo sfondo greco-romano.
In primo luogo dobbiamo riconoscere che è rimasta gran parte della letteratura anche se naturalmente in misura maggiore per la parte più vicina temporalmente a noi, cioè il Medioevo, dove la trasmissione del sapere diventa un'attività che ha valore di per sé stessa, ma ciò che ci è stato trasmesso oltre alla produzione letteraria riguarda principalmente i monumenti architettonici come abbazie, monasteri, castelli, ville, palazzi universitari, pervenutici in gran parte nella loro forma e struttura originaria. Per non citare che un solo esempio, fra molti altri, il monaco irlandese San Colombano insieme a 12 compagni di viaggio tra cui il futuro San Gallo tra il 590 e il 615 d.C. fondò più di 20, tra abbazie, conventi, monasteri e chiese, quasi tutte ancor oggi presenti nell'attuale territorio urbanistico, proprio sul tracciato originale della Via Francigena. Con ogni probabilità avremmo un' Europa completamente diversa, se non avesse avuto luogo questo gigantesco salvataggio. Come sfruttare al meglio questi inesauribili giacimenti culturali che la storia ci ha tramandato così benevolmente? Evidentemente seguendo quella novità assoluta che ha origine nel periodo propriamente ellenistico e precisamente dalla filosofia della Stoa, il cosmopolitismo, la città del mondo dove tutti i popoli trovano identità e riconoscimento. Seguendo l'idea cosmopolita e la sua espressione storica data dall'europeizzazione, attraverso grandi figure della classicità come Cicerone, Lucrezio, Seneca, Marco Aurelio continuando con i latini dell'epoca cristiana quali, Agostino, Ambrogio di Milano, Macrobio, Boezio, Marziano Cappella, per risalire infine alle grandi figure che costellano l'universo medievale da San Benedetto al platonismo della scuola di Chartres, troveremo quei tratti comuni che la cultura europea ha continuamente cresciuto e sviluppato al suo interno, eredi diretti del cosmopolitismo europeo greco-romano. A partire dal XIII secolo queste idee avranno una grande influenza sull'evoluzione del pensiero nel Medioevo. Si tratta da un lato della nascita delle università, dall'altra dell'ampia diffusione delle opere di Aristotele. Il fenomeno della costituzione delle università è un fenomeno tipicamente europeo; contemporeanamente in tutta Europa le università corrispondono allo sviluppo delle città e a un declino delle scuole monastiche. L'università che è al tempo stesso, in seno alla città e con un respiro sovranazionale, la corporazione intellettuale dei docenti e degli studenti e, nell'ambito della chiesa, un corpo dipendente dall'autorità ecclesiastica, organizza un corso di studi, un anno accademico, lezioni, esercizi di discussione.
Siamo qui in presenza del grande avvenimento culturale dell'Occidente: la comparsa di un'istituzione europea dedita alla ricerca scientifica e alla trasmissione del sapere ricalcata sulle scuole filosofiche ellenistiche quali l'accademia, il liceo, lo stoicismo, l'epicureismo e il neoplatonismo. E' precisamente la necessità di spiegare tale evoluzione, che giustifica la nostra intenzione di considerare come un tutto, una totalità il periodo di cui parliamo, e che ha come ideale filo conduttore la storia della Via Francigena. Infatti le tradizioni comuni legate alla lingua e al sapere non sono che un aspetto particolare di quel vasto processo di unificazione, ossia di europeizzazione, dei diversi popoli latini e germanici che si è attuato a partire dal I secolo a.C. fino ai nostri giorni. L'idea di Europa ha avuto lo strano potere di assorbire i dati mitici, religiosi, sociali e politici più diversi. Tutte le culture dell'occidente, che vanno dal Mediterraneo al mare del nord, hanno così cresciuto internamente quella categoria del pensiero che designa l'idea stessa di un'occidente vissuto sotto l'egida di una comunità europea unica e fraterna, ma a prezzo di importanti slittamenti culturali che hanno deformato il contenuto dei miti, dei valori, della saggezze propri a tale culture, così come il contenuto della stessa tradizione occidentale. E' a questo prezzo che si è creata la notevole comunità di lingua e cultura che caratterizza il mondo medievale. Questo processo di unificazione ha anche assicurato una sorprendente continuità all'interno delle tradizioni letterarie, filosofiche, religiose, scientifiche. nonostante nel periodo di assestamento successivo alla fine dell'impero d'Occidente, vi fu forse il secondo più grande naufragio del sapere e della cultura dopo quello della perdita di quasi tutta la letteratura scientifica del periodo ellenistico, avvenuto nell'incendio della biblioteca di Alessandria.
Proprio questa, per certi versi incredibile continuità nell'evoluzione e questa unificazione progressiva, si può osservare nella maniera più notevole nel campo di quel fenomeno chiamato monachesimo europeo, e nella nascita delle vie del pellegrinaggio. Agli albori del periodo medievale, si assiste in Europa a uno straordinario pullulare di monasteri, nella scia del movimento ascetico di stampo orientale che aveva tra le sue caratteristiche peculiari un regime rigoroso in fatto di alimentazione, abbigliamento e comportamenti sessuali. L' Europa a sua volta reinterpretò il monachesimo di tipo anacoretico, cioè eremitico che aveva avuto origine in Egitto nel III secolo d.C. I monaci orientali infatti abbandonavano le città, oppure si isolavano dal mondo senza vagabondare, come gli stiliti. La Chiesa Romana non amava molto queste espressioni, perché estremizzavano la fede dando spesso origine a deviazioni dottrinali e ad attriti con la società civile. Venne invece favorito il monachesimo "cenobitico", cioè comunitario, che si sviluppò in Occidente e che ebbe come punto di riferimento l'opera e la vita di Basilio il Grande di Cappadocia, sintesi perfetta di quello spirito cosmpolita greco-romano che troverà la sua massima espressione dopo due secoli nella Regola di San Benedetto da Norcia. In termini generali si può dire che il monachesimo nella sua formazione originaria in Egitto e in Siria è nato e si è sviluppato in ambiente cristiano in maniera originale senza l'internvento di un modello filosofico occidentale. I primi monaci non erano persone colte, ma cristiani che volevano raggiungere la perfezione cristiana con una pratica eroica dei consigli evangelici e con l'imitazione della vita di Cristo. Dunque hanno attinto naturalmente le loro pratiche di perfezione dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. Ma attraverso figure quali Clemente Alessandrino, Origene e soprattutto Basilio Magno, una certa spiritualità comunitaria, cosmopolita, greco-romana è stata introdotta nella cultura cristiana e monastica, e si è descritto, definito e, in parte praticato l'ideale cristiano, adottando modelli e vocabolario della tradizione filosofica greca. Questa corrente si è imposta per le sue qualità letterarie e filosofiche. Proprio essa ha trasmesso alla spiritualità cristiana del Medioevo e dei tempi moderni il retaggio dell'idea di cosmpolitismo e i suoi contenuti di unità, umanità e solidarietà che connoteranno con alterne fortune la storia d'Europa. E' all'incrocio tra Europa e monachesimo che incontriamo lo svilupparsi dei pellegrinaggi verso i luoghi sacri della cristianità, una realtà che lentamente durante l'alto Medioevo, ma impetuosamente in seguito, troverà il suo naturale risultato non solo nel mantenimento della "vivacità" delle strade d'Europa, ma ancor più nella creazione di una mentalità comune europea, suffragata a posteriori dalle parole di Goethe, il quale affermò "che l'Europa si è formata sulle strade dei pellegrinaggi", strade che come la Via Francigena erano un tutt'uno con l'Europa in via di formazione. Il pellegrino secondo l'etimologia dal latino peregrinus, da per + ager (i campi), indicava colui che non abita in città, quindi lo straniero, il senza patria, colui che lascia la città particolare o per meglio dire "convenzionale", in quanto è la città celeste quella a cui aspira, la città universale patria di tutti gli uomini accomunati dallo spirito di fratellanza universale. Ciò riflette quell'ideale cosmopolita che ispira questi viandanti verso le mete sacre della cristianità, viste in ottica di un mezzo per recuperare un sentimento cosmico attraverso il viaggio, dove la patria è ritrovata nell'itinerario che li porterà verso un'uscita dal sé mondano verso il vero sé.
Abbiamo tracciato un brevissimo schizzo delle grandi linee della storia della nascita dell'Europa dei primi quindici secoli della nostra era. Ma la nostra storia d'Europa percorrendo la Via Francigena, si sforzerà meno di sottolineare le diversità e le particolarità degli elementi che concorrono a formarla, che cercare di descrivere l'essenza stessa del fenomeno dell'europeizzazione, e di enucleare le caratteristiche comuni del sentire europeo o del sentire cosmopolita, due termini che come abbiamo delineato, hanno avuto una genesi comune e un parallelo sviluppo, ma ancor più decisivi per le nostre ricerche sono quei punti dove le due realtà si trovano da sempre, strettamente intrecciate.
venerdì 17 dicembre 2010
RECENSIONE: Jacques Le Goff, LO STERCO DEL DIAVOLO, Il denaro nel Medioevo. Editori Laterza, 236 pagine, 18 euro.
Il grande medievista Jacques Le Goff ritorna in libreria con uno studio dedicato al significato del denaro in quell'arco di secoli che Marc Bloch ha definito 'seconda età feudale', quel periodo che da tutti gli studiosi è designato come la 'rinascita medievale', l'epoca che dal XII al XIV secolo ha istituito molti dei tratti economici e sociali della modernità. Il tema è il denaro e mai contenuto è stato più attuale di questo, in un momento -quello presente- dove i mercati finanziari dettano i ritmi non solo all'economia reale, ma anche all'intera società occidentale e ai suoi destini politici. Ma che cosa può dirci Le Goff che già non sappiamo, di questo strumento di scambio, che senza timore di venir smentiti rappresenta forse l'elemento più abituale, diffuso, familiare delle nostre azioni e dei nostri pensieri di uomini del XXI secolo. Certo, sappiamo che in un ambiente quale poteva essere quello del Medioevo, dove l'intera società girava intorno alle due grandi costellazioni di potere, ecclesiastico da una parte e temporale dall'altra, il denaro non poteva ancora assurgere a quel dominio incontrastato che inesorabilmente avrebbe conseguito nei secoli a venire. L'autore su questo piano si muove con la consueta disinvoltura che solo i grandi maestri della storia riescono a raggiungere; come un folletto, Le Goff salta da un'analisi economica a una politica, da un'esplorazione sociologica a una storia delle mentalità, l'Europa sembra un piccolo staterello per come passa dalla Svezia all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra via Germania e Fiandre. Il denaro nel Medioevo raccoglieva una sensibilità completamente diversa, esso stava appena cominciando o forse per meglio dire ricominciando - nell'antichità aveva una rilevanza altissima - ad assumere un ruolo fondamentale nello sviluppo del corpo sociale medievale, era quindi normale che si trovò di fronte una serie di avversità, complicazioni, accuse e incomprensioni. Ma c'è un punto che Le Goff mette in risalto e che ci apre uno squarcio su un tema che diverrà poi fondamentale nel processo di formazione della civiltà occidentale capitalistica, razionale, scientifica.
Il Medioevo del XII secolo porterà in primo piano, con una mossa brillante, il denaro, i cui tintinnii delle monete sonanti erano stati a lungo soffocati, ma il cui fascino non era mai stato scalfito. Le Goff ci parla del cammino dell'economia monetaria attraverso il feudalesimo, per approdare nell'isola beata del Duecento, il 'secolo felice' del denaro e la sua rivoluzione commerciale, ci accompagna nei rapporti tra il denaro e la formazione degli Stati, fino a scontrarsi con i pericoli che vi sottendono come il giusto prezzo, l'indebitamento e la famigerata usura. Ed è proprio all'incrocio tra moneta, prestito e tempo che l'uomo del Medioevo conosce l'usura, il furto e la miseria che ne consegue, frutto di una violenza intangibile, quasi invisibile, ma terribilmente efficace. Ma se l'economia monetaria incontra l'usura come momento di massima ingiustizia terrena con effetti nefasti anche per la salvezza dopo la morte, l'incontro forse più decisivo per la storia del futuro Occidente risiede nella convergenza teorico pratica, tra una moneta da capire e utilizzare e un metodo per calcolarne il valore e la sua corretta gestione. Nell'economia monetaria c'è un equilibrio fondamentale tra calcolo da una parte, funzione di scambio e giusto prezzo dall'altra. La loro situazione è identica in rapporto alla verità e a colui che la cerca; funzione di scambio e giusto prezzo puntano diretti alla verità stessa dell'economia, mentre il calcolo va immediatamente a esaltare il processo metodico della ragione. Con questo Le Goff può affermare che nel Medioevo "il denaro fu di fatto uno strumento di razionalizzazione". Una certa decisione è stata presa dal tempo delle costruzioni delle grandi cattedrali gotiche. Quando per costruire questi capolavori architettonici come la cattedrale di Notre-Dame, di Amiens, di Poitiers, di Siena sappiamo che venivano drenate gran parte delle risorse finanziare a disposizione delle città, e si capisce come queste opere abbiano di fatto differito il decollo dell'economia in generale. Ora però, con l'utilizzo sempre maggiore dello strumento monetario e la corrispondente fioritura delle zecche e delle tecniche di conio sempre più controllate dai grandi sovrani, implicazioni di organizzazione del lavoro portarono alla creazioni di opifici, vere e proprie 'fabbriche' del tempo, che divennero il modello delle manifatture che sempre più cominciavano ad affollare le città europee alla fine del Medioevo. Fra le istituzioni pensate per razionalizzare la gestione dei finanziamenti dei cantieri nelle cattedrali, chiamate fabrique in Francia e opera in Italia e le grandi zecche dei nuovi Stati in formazione, si è prodotto un avvenimento: qualcosa che riguarda l'avvento di una 'ragion economica'. Ma la storia di una ragione economica come quella del mondo occidentale è ben lontana dall'esaurirsi nel progresso di un "razionalismo economico"; essa è costituita, in parte altrettanto grande, anche se spesso dimenticata, dal movimento con cui la cultura e l'arte d'Europa si è occultata dalle nostre attenzioni, per nascondersi senza dubbio, ma altresì per attendere il momento della sua rivincita.
il francigenista
lunedì 13 dicembre 2010
500. A.c. Nascita della polis e dell'assioma Europa
Alla fine dell’età classica greca la polis tramonta dal mondo occidentale. Se con l’Atene di Pericle la città indipendente raggiunge il suo apogeo attraverso il diritto e lo sviluppo dell’individuo, riconosciuti e favoriti all’interno della comunità, inscrivendoli per la prima e unica volta nella storia nei fini dello Stato, successivamente un lento ma inesorabile logorio portò la polis alla sua totale dissoluzione. Nelle coscienze degli abitanti delle comunità elleniche, da Atene a Sparta, si aprono grandi spazi che non sono più colmati dallo spirito della fusione paradigmatica tra il senso della personalità e lo spirito della collettività, ma che, lasciati sterili e per lungo tempo abbandonati, riducono gli antichi ideali di uguaglianza e libertà a semplici slogans. Per secoli e secoli queste immense distese dell’immaginario politico dell’Occidente apparterranno all’utopia. Dal IV secolo A.C. a oggi aspetteranno e solleciteranno, attraverso strani incantesimi della scienza della politica, una nuova incarnazione dell’armonia sociale, un’altro mattino della civiltà, magie rinnovate di liberazione e felicità.
A partire dall’850 a.C. fino al termine del 500 a.C, i greci avevano moltiplicato le loro città indipendenti, in gran parte sulle coste del Mediterraneo da oriente a occidente. Nel momento di massima espansione del mondo greco si contano oltre un migliaio di città-stato. E proprio nel momento in cui la polis comincia a segnare il passo, di contraccolpo iniziano l’ elaborazioni teoriche sulla natura e i fini dello stato e della sua comunità. Dall’esperienza sofista, passando per Platone fino ad Aristotele, prende vita quel movimento di sistematizzazione della teoria politica che ancora oggi alimenta le cosiddette scienze umane. Se con la Repubblica e le Leggi di Platone lo slancio a livello teoretico assume i più ardui connotati, con Aristotele nel periodo che segna lo spartiacque tra la classicità greca e il nuovo mondo nato dalle conquiste di Alessandro Magno, già il discorso si sposta su versanti prettamente pratici e poco consoni ai modelli teorici. Al contrario di Platone, Aristotele sviluppa la sua etica solo dal punto di vista dell’individuo. Ciononostante il sentimento della polis comune a tutti i greci era in lui ancora così vivo che la sua etica trova il proprio coronamento nella politica. Ma lo stato teorico-scientifico immaginato da Platone rimane per lui solo uno “stato quale possiamo desiderarlo”, si risolve in un ideale, che, come tale, può fissare un orientamento, ma che il suo senso della realtà gli impedisce di credere che si possa realizzare. Infatti la costituzione “ è per così dire il modo di esistere dello stato” , che una popolazione sceglie in base alle proprie caratterisitiche psichiche e alla propria struttura economica. Perciò Aristotele non pensa ad una riforma dello stato e della società fondata su principi certi e universali come Platone, ma vuol formare degli uomini politici che siano in grado, nella loro polis e nelle condizioni esistenti, di organizzare nel miglior modo possibile, in base ad un patrimonio scientifico di conoscenze, la vita della cittadinanza (dell’impero universale fondato da Alessandro egli non tiene il minimo conto) .
Strana sparizione quella della polis, che non fu certamente l’effetto a lungo cercato di oscuri complotti di potere, ma il risultato spontaneo del modello teorizzato di un’armonia ideale tra individuo e stato particolare, e la conseguenza inoltre, dopo la fine della guerre Persiane, della rottura con il pericolo di dominio e conquista da parte degli imperi di stampo orientale. La polis decade, lasciando senza occupazione quei meccanismi ideali e quelle assemblee popolari che non erano affatto destinati a sopprimerla, ma a mantenerla in una vicinanza naturale, a fissarla in un’esaltazione diretta. Ciò che resterà più a lungo della polis e che si manterrà ancora in un epoca in cui già da molti anni, le polis saranno decadute, sono i valori e le immagini che si erano legate al personaggio del cittadino greco; è il significato di quella comprensione, l’importanza di quell’immagine insistente e sfidante che non viene fatta partecipe della vita pubblica, senza averla inserita in un progetto teorico d’ingegneria sociale.
Se il cittadino della polis si dilata nel mondo dissolvendosi nella comunità cittadina, la sua esistenza manifesta pur sempre la libera sfera individuale, poiché al tempo stesso indica il suo privato e mostra la sua virtù civile: ”La costituzione politica ateniese era” dice Tucidide “di nome una democrazia, in realtà il governo del primo cittadino”. E nel momento stesso in cui partecipa alle decisioni della conduzione politica dello Stato per opera del primo cittadino Pericle, gli si assicura che egli testimonia assolutamente della più pura delle soggettività individuali: “ Noi amiamo il bello con misura e amiamo il sapere senza mollezza. Usiamo la ricchezza più per farne buon uso che per menarne vanto, e confessare la povertà non reca vergogna, reca piuttosto vergogna non cercare di eliminarla con il lavoro. Da noi i medesimi uomini hanno cura degli affari personali e di quelli pubblici e, mentre si dedicano in particolare a questa o a quella attività, sono capaci di conoscere esattamente i problemi politici. Noi siamo infatti i soli che consideriamo non un cittadino pacifico ma un uomo inutile chi si tiene lontano dalla vita pubblica, e vogliamo decidere noi stessi le cose o esaminarle rettamente, non considerando un danno per l’azione i discorsi, ma piuttosto il non aver chiarito le proprie idee prima di passare a compiere ciò che è necessario. Giacché anche questo è un nostro carattere peculiare, di saper osare più di ogni altro e nello stesso tempo di riflettere intorno alle cose che dobbiamo intraprendere; laddove negli altri l’ignoranza provoca baldanza e la riflessione paralizza la capacità di decidere. Ma è giusto riconoscere la più grande forza d’animo a coloro che conoscono perfettamente tanto le cose da temere quanto le soluzioni piacevoli, e non per questo si sottraggono ai pericoli”. Quando alla vigilia della battaglia di Salamina, nel consiglio di guerra dell’alleanza ellenica, un Corinzio pretese di impedire a Temistocle di prendere la parola perché, in seguito alla distruzione di Atene da parte dei persiani, non rappresentava più alcuna polis, egli indicò le duecento navi ateniesi: “Ecco la nostra polis!”. Così anche gli ateniesi rifugiati a Salamina, Egina e Trezene dopo l’invasione persiana e il saccheggio della loro città, assistono da lontano, ma in eterno, alla vittoria della flotta greca su quella dell’imperatore Serse, nel quale tutto un popolo accompagna il generale Temistocle. E, testimoni solenni del nuovo spirito politico, essi acquistano la libertà reale in e per mezzo di questa stessa città virtuale, dispersa tra una flotta di sogno e un accampamento di esiliati: in una strana reversibilità che si oppone a quella del territorio esattamente delimitato, protetto da solide cinte di mura, difeso da un sostanziale esercito, essi sono salvati da un principio di base, da un postulato della scienza della libertà. Il concetto é per loro una forma di salvezza; le affermazioni sulla libertà in quanto ente teorico specifico offre loro un’altra forma di concretezza.
La storia poi procederà su altre vie, in seguito decaduta la polis, eclissato o quasi il libero cittadino dalle nuove forme politiche, resterà quell’idea, quell’assioma che può fare affermazioni su libertà, diritti, virtù, indipendenza, autonomia, progresso, civiltà, anche se in realtà non esistono libertà palpabili, diritti concreti, virtù materiali, indipendenze fisiche, autonomie tangibili, progressi certi, civiltà sostanziali.
I primi a mettere in pratica i principi del nuovo sistema di sapere furono gli abitanti di Focea, la città più settentrionale della Ionia, al confine con l’Elide. Questa polis per sfuggire al giogo persiano, nel 545 A.C. si trasferì in toto nell’estremo occidente, fondando una nuova polis nell’attuale Marsiglia. La polis era un’assioma, un’esercizio di comunità di uomini, indipendente dal territorio. Il legame con il suolo e con una data regione non era inerente alla sua essenza. In quel giorno nacque l’idea - destinata a rimanere nei secoli - di Europa. Soggetti, individui, singoli, sudditi riassumeranno la parte abbandonata dal cittadino e vedremo quale salvezza ci si aspetta da questo assioma, per essi e per quelli stessi che lo stabiliscono. Con un senso tutto nuovo e in culture molto differenti, le forme resisteranno; soprattutto quella importante di una teorizzazione rigorosa che è problematica sociale ma semplificazione spirituale.
il francigenista
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