PROFESSIONE STOICISMO


lunedì 10 gennaio 2011

RECENSIONE: Peter Sloterdijk. DEVI CAMBIARE LA TUA VITA. Raffaello Cortina Editore, 556 pagine, 36 euro.


  Uno degli aspetti rivoluzionari dell'Illuminismo è senz'altro l'aver tenuto a battesimo la nuova "scienza borghese", quell'antropologia che di fatto ha iniziato a piccoli o grandi passi a gettare luce sull'essere uomo. E oggi a distanza di due secoli, dopo varie incomprensioni, deragliamenti, confusioni, e diciamolo pure grandi successi, sembra abbia unanimemente ritrovato, nell'esperienza contemporanea, prima di avere il diritto di accedere ad occupare il primo posto nelle preoccupazioni moderne, una verità scientifica che avrebbe a lungo pazientato nell'ombra sotto mascheramenti diversi, e che soltanto ora il nostro impegno e i nostri sforzi positivi ci permettono di decifrarla. Eppure per Peter Sloterdijk, lo stupefacente filosofo tedesco che sta bruciando ogni record di vendita nei comparti della storia del sapere, mai l'antropologia ora da lui aggiornata in "antropotecnica", ha avuto un senso così immediatamente naturale e mai, probabilmente, ha conosciuto una così grande 'felicità d'espressione' come nel tempo della civiltà europea da Eraclito a Nietzsche, nel mondo della metafisica e della teoretica avulsa dalla vita. Tutta una logica, una fisica, un'ontologia, un'etica, una teologia lo provano; le quali non sarebbero state in grado in alcun modo di separare le pressioni continue dell'esercizio, dell'ascesi, dell'atletismo, della ripetizione, dell'allenamento e della verticalità che si tende verso la polarità secessionista dell'esistenza; tutte queste ginnastiche, esse le provavano come intima ragione dell'impegno profuso per l'emancipazione dell'essere uomo e della convinzione del suo ruolo principale nel teatro della vita. Ciò che caratterizza l'antropologia moderna è la sua vocazione tecnico-ripetitiva, il suo accedere alla soglia "antropotecnica". La sua peculiarità non è il fatto di aver trovato da Kant a Wittengstein, il linguaggio della sua ragione o della sua natura, ma di esser stata, anche attraverso il progetto dei suoi obbiettivi, "denaturalizzata" - ricompresa in uno spazio mediano ricco di forme e dall'assetto variabile-stabile, che può essere designato provvisoriamente, ma in maniera abbastanza chiara, con espressioni convenzionali quali educazione, costume, consuetudine, habitus, allenamento (tranining) ed esercizio-, e dove  non ha né più aldilà né prolungamento se non nella ripetizione che la rende immune dai virus che indeboliscono l'essere-gettato-nel-mondo, per usare un termine heideggeriano ormai consolidato nell'analisi esistenziale dell'uomo moderno. Sloterdijk  non ha emendato l'antropologia, ma più esattamente l'ha portata a livello di sforzo continuo sulla verticale dell'evoluzione, l'ha portata sull'acrobatica progressiva della coscienza dell'essere nel mondo: il vertice sempre superabile (lo uber nicciano), poiché essa detta, per la nostra coscienza, la sola lettura possibile della nostra incoscienza; acrobazia della ripetizione, poiché essa appare come il solo contenuto assolutamente universale dell'emancipazione; acrobazia della nostra vita; essa designa la linea di evidenza di ciò che l'emancipazione può appena raggiungere nell'orizzonte della modernità tecnologica e della sua capitalistica vocazione accumulativa.
  E' dunque per mezzo di essa che noi evolviamo col mondo disordinato e tristemente compromesso della natura; essa è piuttosto scissione; non già intorno a noi per isolarci e designarci, ma per tracciare in noi stessi la soglia evolutiva-ascendente e per designare noi stessi come uomini che sur-creano il proprio essere.
  Forse si può anche dire che essa ricostituisce, in un mondo dove non ci sono più oggetti né esseri né spazi da "esplicitare", la sola partizione che sia ancora possibile. Non perché essa offra nuovi contenuti a gesti millenari, ma perché autorizza la parola "esplicitamente" a rendersi carico della storia dello spirito illuministico, a suggellare la logica della lettura storica per esplicitare condizioni presenti nell'insieme delle tradizioni, riferite solo alle forme "abbozzate", vale a dire confuse e malamente comprese. Sloterdijk con ciò si autorizza a rendere esplicito l'implicito, a prendersi carico del destino cognitivo della modernità. Ora una chiarificazione in  un mondo che si ritiene già ampiamente secolarizzato, non è più o meno ciò che potremmo chiamare illuminazione radicale ovvero acrobatica immanente evolutiva? Questa nello spazio che la nostra cultura concede ai nostri gesti e al nostro vivere, prescrive non tanto la sola maniera di cogliere la tensione esistenziale  nel suo contenuto immediato, quanto la maniera di ricostituirlo nella sua forma piena, nella sua presenza, resa in questo modo lampante.
  Forse l'importanza della nuova antropologia tramutata in antropotecnica vitalizzata dagli esercizi ripetitivi formanti del soggetto, il fatto che dopo Nietzche essa è stata legata così spesso alle decisioni più importanti della nostra vita, deriva appunto da questo legame che la unisce alla morte di Dio. Morte che non deve essere intesa come la fine del suo regno antropologico, né come il protocollo finalmente redatto della sua inesistenza, ma come l'esercizio costante del nostro allenamento all'esistenza quotidiana. La morte di Dio, togliendo alla nostra esistenza il vertice ascensionale, il polo attrattivo della moralità, la riconduce a un'esperienza dove niente può annunciare l'iper dimensione ultraterrena, a un'esperienza per conseguenza terrena e acrobatica. Ma una tale esperienza, nella quale esplode la morte di Dio, scopre, come forza che travalica lo stesso concetto di cura e farmaco, la sua propria caratteristica immunologica, il regno incontaminato della contaminazione, l'armatura immune da cui prende slancio per affrontare i pericoli scoscesi delle scalate esistenziali. Incipit homo immunologicus.

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