PROFESSIONE STOICISMO


lunedì 13 dicembre 2010

500. A.c. Nascita della polis e dell'assioma Europa


Alla fine dell’età classica greca la polis tramonta dal mondo occidentale. Se con l’Atene di Pericle la città indipendente raggiunge il suo apogeo attraverso il diritto e lo sviluppo dell’individuo, riconosciuti e favoriti all’interno della comunità, inscrivendoli per la prima e unica volta nella storia nei fini dello Stato, successivamente un lento ma inesorabile logorio portò la polis alla sua totale dissoluzione. Nelle coscienze degli abitanti delle comunità elleniche, da Atene a Sparta, si aprono grandi spazi che non sono più colmati dallo spirito della fusione paradigmatica tra il senso della personalità e lo spirito della collettività, ma che, lasciati sterili e per lungo tempo abbandonati, riducono gli antichi ideali di uguaglianza e libertà a semplici slogans. Per secoli e secoli queste immense distese dell’immaginario politico dell’Occidente apparterranno all’utopia. Dal IV secolo A.C. a oggi aspetteranno e solleciteranno, attraverso strani incantesimi della scienza della politica, una nuova incarnazione dell’armonia sociale, un’altro mattino della civiltà, magie rinnovate di liberazione e felicità.
A partire dall’850 a.C. fino al termine del 500 a.C, i greci avevano moltiplicato le loro città indipendenti, in gran parte sulle coste del Mediterraneo da oriente a occidente. Nel momento di massima espansione del mondo greco si contano oltre un migliaio di città-stato. E proprio nel momento in cui la polis comincia a segnare il passo, di contraccolpo iniziano l’ elaborazioni teoriche sulla natura e i fini dello stato e della sua comunità. Dall’esperienza sofista, passando per Platone fino ad Aristotele, prende vita quel movimento di sistematizzazione della teoria politica che ancora oggi alimenta le cosiddette scienze umane. Se con la Repubblica e le Leggi di Platone lo slancio a livello teoretico assume i più ardui connotati, con Aristotele nel periodo che segna lo spartiacque tra la classicità greca e il nuovo mondo nato dalle conquiste di Alessandro Magno, già il discorso si sposta su versanti prettamente pratici e poco consoni ai modelli teorici. Al contrario di Platone, Aristotele sviluppa la sua etica solo dal punto di vista dell’individuo. Ciononostante il sentimento della polis comune a tutti i greci era in lui ancora così vivo che la sua etica trova il proprio coronamento nella politica. Ma lo stato teorico-scientifico immaginato da Platone rimane per lui solo uno “stato quale possiamo desiderarlo”, si risolve in un ideale, che, come tale, può fissare un orientamento, ma che il suo senso della realtà gli impedisce di credere che si possa realizzare. Infatti la costituzione “ è per così dire il modo di esistere dello stato” , che una popolazione sceglie in base alle proprie caratterisitiche psichiche e alla propria struttura economica. Perciò Aristotele non pensa ad una riforma dello stato e della società fondata su principi certi e universali come Platone, ma vuol formare degli uomini politici che siano in grado, nella loro polis e nelle condizioni esistenti, di organizzare nel miglior modo possibile, in base ad un patrimonio scientifico di conoscenze, la vita della cittadinanza (dell’impero universale fondato da Alessandro egli non tiene il minimo conto) .
Strana sparizione quella della polis, che non fu certamente l’effetto a lungo cercato di oscuri complotti di potere, ma il risultato spontaneo del modello teorizzato di un’armonia ideale tra individuo e stato particolare, e la conseguenza inoltre, dopo la fine della guerre Persiane, della rottura con il pericolo di dominio e conquista da parte degli imperi di stampo orientale. La polis decade, lasciando senza occupazione quei meccanismi ideali e quelle assemblee popolari che non erano affatto destinati a sopprimerla, ma a mantenerla in una vicinanza naturale, a fissarla in un’esaltazione diretta. Ciò che resterà più a lungo della polis e che si manterrà ancora in un epoca in cui già da molti anni, le polis saranno decadute, sono i valori e le immagini che si erano legate al personaggio del cittadino greco; è il significato di quella comprensione, l’importanza di quell’immagine insistente e sfidante che non viene fatta partecipe della vita pubblica, senza averla inserita in un progetto teorico d’ingegneria sociale.
Se il cittadino della polis si dilata nel mondo dissolvendosi nella comunità cittadina, la sua esistenza manifesta pur sempre la libera sfera individuale, poiché al tempo stesso indica il suo privato e mostra la sua virtù civile: ”La costituzione politica ateniese era” dice Tucidide “di nome una democrazia, in realtà il governo del primo cittadino”. E nel momento stesso in cui partecipa alle decisioni della conduzione politica dello Stato per opera del primo cittadino Pericle, gli si assicura che egli testimonia assolutamente della più pura delle soggettività individuali: “ Noi amiamo il bello con misura e amiamo il sapere senza mollezza. Usiamo la ricchezza più per farne buon uso che per menarne vanto, e confessare la povertà non reca vergogna, reca piuttosto vergogna non cercare di eliminarla con il lavoro. Da noi i medesimi uomini hanno cura degli affari personali e di quelli pubblici e, mentre si dedicano in particolare a questa o a quella attività, sono capaci di conoscere esattamente i problemi politici. Noi siamo infatti i soli che consideriamo non un cittadino pacifico ma un uomo inutile chi si tiene lontano dalla vita pubblica, e vogliamo decidere noi stessi le cose o esaminarle rettamente, non considerando un danno per l’azione i discorsi, ma piuttosto il non aver chiarito le proprie idee prima di passare a compiere ciò che è necessario. Giacché anche questo è un nostro carattere peculiare, di saper osare più di ogni altro e nello stesso tempo di riflettere intorno alle cose che dobbiamo intraprendere; laddove negli altri l’ignoranza provoca baldanza e la riflessione paralizza la capacità di decidere. Ma è giusto riconoscere la più grande forza d’animo a coloro che conoscono perfettamente tanto le cose da temere quanto le soluzioni piacevoli, e non per questo si sottraggono ai pericoli”. Quando alla vigilia della battaglia di Salamina, nel consiglio di guerra dell’alleanza ellenica, un Corinzio pretese di impedire a Temistocle di prendere la parola perché, in seguito alla distruzione di Atene da parte dei persiani, non rappresentava più alcuna polis, egli indicò le duecento navi ateniesi: “Ecco la nostra polis!”. Così anche gli ateniesi rifugiati a Salamina, Egina e Trezene dopo l’invasione persiana e il saccheggio della loro città, assistono da lontano, ma in eterno, alla vittoria della flotta greca su quella dell’imperatore Serse, nel quale tutto un popolo accompagna il generale Temistocle. E, testimoni solenni del nuovo spirito politico, essi acquistano la libertà reale in e per mezzo di questa stessa città virtuale, dispersa tra una flotta di sogno e un accampamento di esiliati: in una strana reversibilità che si oppone a quella del territorio esattamente delimitato, protetto da solide cinte di mura, difeso da un sostanziale esercito, essi sono salvati da un principio di base, da un postulato della scienza della libertà. Il concetto é per loro una forma di salvezza; le affermazioni sulla libertà in quanto ente teorico specifico offre loro un’altra forma di concretezza.
La storia poi procederà su altre vie, in seguito decaduta la polis, eclissato o quasi il libero cittadino dalle nuove forme politiche, resterà quell’idea, quell’assioma che può fare affermazioni su libertà, diritti, virtù, indipendenza, autonomia, progresso, civiltà, anche se in realtà non esistono libertà palpabili, diritti concreti, virtù materiali, indipendenze fisiche, autonomie tangibili, progressi certi, civiltà sostanziali.
I primi a mettere in pratica i principi del nuovo sistema di sapere furono gli abitanti di Focea, la città più settentrionale della Ionia, al confine con l’Elide. Questa polis per sfuggire al giogo persiano, nel 545 A.C. si trasferì in toto nell’estremo occidente, fondando una nuova polis nell’attuale Marsiglia. La polis era un’assioma, un’esercizio di comunità di uomini, indipendente dal territorio. Il legame con il suolo e con una data regione non era inerente alla sua essenza. In quel giorno nacque l’idea - destinata a rimanere nei secoli - di Europa. Soggetti, individui, singoli, sudditi riassumeranno la parte abbandonata dal cittadino e vedremo quale salvezza ci si aspetta da questo assioma, per essi e per quelli stessi che lo stabiliscono. Con un senso tutto nuovo e in culture molto differenti, le forme resisteranno; soprattutto quella importante di una teorizzazione rigorosa che è problematica sociale ma semplificazione spirituale.

il francigenista

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